09/03/2026
Casa nel bosco
I figli non sono figli dello Stato, dei giudici, dei servizi sociali, ma sono esclusivamente figli dei propri genitori, che le istituzioni devono rispettare.

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Trent’anni fa operava nelle Marche, non lontano dall’Abruzzo, un’associazione di genitori separati, denominata Giù le mani dai bambini, fondata dall’imprenditore Aldo Verdecchia, che lottava contro le sette che sottraevano i figli per finalità poco nobili e che erano appoggiate da istituzioni deviate. Ora è più che mai urgente parlare di riprendere lo spirito di quell’importante movimento a tutela dei minori, rivendicando il diritto dei bambini a stare con i propri genitori e ad ogni genitore garantire il rispetto del proprio ruolo educativo, chiedendo a voce alta e con insistenza “Giù le mani dai bambini o, meglio, dai figli degli altri”, denunciando pubblicamente chi cerca di manipolare i minori per esigenze istituzionali, togliendo loro l’humus naturale in cui crescere in armonia con la propria famiglia.

E’ intollerabile quello che sta avvenendo in Abruzzo, dove il tribunale per minori aquilano non brilla, da decenni, per competenze scientifiche nel gestire i minori in difficoltà e che non ama la trasparenza, come, purtroppo, hanno sperimentato molti genitori (e figli) sulla loro pelle. Su quel tribunale, ma anche in quelli civili che trattano il diritto di famiglia, basterebbe dare ascolto ai genitori, vittime di una giustizia minorile ingiusta, ben noti ai servizi sociali, al mondo forense, agli stessi magistrati, agli psicologi, ma tutti ignorano questa spiacevole situazione e non fanno nulla per riportare la giustizia minorile nel suo specifico ambito e per rimuovere le storture che suonano come una condanna dei minori in primo luogo e dei loro genitori, che vogliono giustizia, ma non un vendicativo giustizialismo, perché i figli non sono figli dello Stato, dei giudici, dei servizi sociali, ma sono esclusivamente figli dei propri genitori, che le istituzioni devono rispettare, aiutandoli, in caso di palesi carenze educative, a svolgere al meglio il loro ruolo genitoriale.

La famiglia nel bosco non è una famiglia di banditi, ma sono persone con i propri principi culturali ed etici, che vogliono trasmettere ai propri figli e che condividono con altre famiglie. Il problema non è la scuola parentale, prevista dagli artt. 30 e 34 della Costituzione, che autorizza i genitori a somministrare direttamente l’istruzione ai figli, al di fuori del sistema scolastico tradizionale. La natura di questa assurda e pericolosa vicenda va ricercata nella mancata condivisione dei genitori e, soprattutto, della madre, dell’operato dei servizi sociali e le continue ingerenze di questa struttura sulla vita familiare dei tre bambini. Più che un conflitto nella gestione delle competenze, si tratta di una vera e propria guerra dell’arcaico tribunale abruzzese, supportato da un servizio sociale programmato non in vista della tutela dei minori, ma esclusivamente per sottrarre i minori ai genitori e alla società.

La mancata condivisione delle imposizioni statali da parte dei genitori, ha messo in moto una serie di vendette trasversali tese a creare una rottura tra gli stessi genitori e una condanna dei genitori, responsabili a dire del servizio sociale, del malessere dei tre bambini che cercano, ovviamente, la famiglia proibita dalla attiva assistente sociale e dal suo apparato lobbistico. I figli sono le vittime di un apparato pubblico che non conosce i propri limiti e nemmeno è capace di comprendere, scientificamente, quali siano le proprie competenze e quali siano gli inalienabili diritti dei minori e dei loro genitori.

In Italia, alla luce di queste assurde manipolazioni di indifesi bambini, avendo estromesso dalla loro vita i genitori, sta crescendo un movimento socio-culturale e psicologico che pretende, senza timore alcuno, “giù le mani dai bambini”, soprattutto perché sono: figli di altri” e che cerca di riportare la centralità dei minori nella nostra società.

Se ne parla poco, ma a Caprese Michelangelo, a pochi km da Arezzo, si sta consumando uno stesso abuso istituzionale, con la sottrazione alla famiglia di due bambini – perché i genitori praticavano l’istruzione familiare non ritenuta sufficiente dall’assistente sociale e perché condividevano con altre famiglie specifici principi educativi e vivevano anche loro in case sparse nel bosco alla periferia del noto paese toscano- per ordine del Tribunale per i minori di Firenze, rinchiusi in una comunità protetta, sembra ad Amelia (TR), senza i genitori. La cattura dei due indifesi bambini di 4 e 8 anni è stata fatta con l’ausilio di molti carabinieri, con tanto di divisa e armati fino ai denti, come se dovessero catturare pericolosi banditi. I bambini, spaventati per tanti carabinieri, provenienti anche dal bosco, piangevano e invocavano l’aiuto dei loro genitori. La dinamica assistente, però, imperterrita, ha preso i bambini con la forza, assistita dai tanti, troppi, carabinieri armati e con la divisa, e, con una collega, li ha cacciati in una macchina per portarli a tutta velocità verso l’Umbria. Poiché il comportamento dei carabinieri è stato immortalato in filmati in rete, sarebbe doveroso che il comando dei carabinieri apra una indagine ed emetta, se ricorrono i presupposti giuridici, i doverosi provvedimenti sanzionatori.

L’offesa (ai minori e ai loro genitori) più grave è venuta dalla promozione a giudice onorario, presso la sez. minori della Corte di Appello di Perugia, proprio di questa assistente sociale divenuta protagonista di un inaccettabile gesto lesivo dei minori e dei loro genitori (il cui operato tenuto, nella cattura e sottrazione dei due minori ai genitori, non rientra nelle competenze del suo ruolo e su cui si dovrebbe esprimere anche l’Ordine di appartenenza). Una nomina che non rientra sicuramente nella tutela dei minori e che alimenta solo preoccupazioni in coloro che ritengono i minori una componente sociale estremamente importante per la società di domani e che, di conseguenza, doveva essere evitata o congelata per non alimentare ulteriormente la sfiducia nei giudici onorari, troppo spesso non all’altezza della mansione che dovrebbero svolgere. Non ci resta che ripetere: “giù le mani dai bambini figli altrui”. Una richiesta non trattabile e nemmeno derogabile che deve unire tutti coloro che hanno in cuore la tutela della genitorialità e dei minori con interventi e manifestazioni pubbliche per indurre il governo a vigilare sull’attività dei tanti tribunali minorili e civili, intervenendo con provvedimenti duri e inequivocabili.

Noi ci stiamo e siamo sempre pronti a far valere il principio della libertà educativa e dei diritti inalienabili dei minori che devono essere tutelati dai genitori e non da strutture lobbistiche e, diciamolo, spesso anche deleterie.

di Ubaldo Valentini, presidente Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori (aps),
tl. 347.6504095, genitoriseparati@libero.it, www.genitoriseparati.it